Il nostro pensiero:
il Manifesto
Crediamo che all’interno del Partito democratico, con un passaggio storicamente irripetibile, si stiano ponendo oggi le premesse migliori affinché le espressioni diverse della cultura liberal democratica, riformismo socialista, cultura repubblicana, liberale, ambientalista, laica senza aggettivi, possano cercare e trovare una collocazione centrale per le loro idee e visioni, rifuggendo allo stesso tempo dalla facile tentazione di considerarsi “le minoranze dei migliori”. C’è bisogno che la cultura liberaldemocratica e riformatrice faccia la sua parte all’interno del Pd e all’interno della società. Crediamo nel modello europeo di economia di mercato e nella competizione.
Crediamo nel modello europeo di economia di mercato e nella competizione, che solo possono garantire un innalzamento del benessere collettivo e individuale della nostra società, senza che questo significhi non occuparsi più della condizione dei più deboli, degli emarginati e delle zone svantaggiate del Paese, ma anzi rilanciando il valore della solidarietà, della cooperazione, delle pari opportunità; un sistema con poche ma incisive regole per evitare distorsioni e sopraffazioni. Crediamo nel valore costituzionale della laicità dello Stato, il quale deve garantire la massima libertà, eguaglianza e rispetto a tutte le fedi religiose, senza tuttavia privilegiarne alcuna, in assuluto imparzialità, senza discriminazione alcuna.
Crediamo che un Paese debba investire nel suo futuro e debba formare i suoi giovani con una scuola ed un’Università competitive, efficaci, efficienti e coerenti con i bisogni della realtà contemporanea. C’è una richiesta di modernizzazione profonda e complessiva del Paese, soprattutto da parte delle generazioni più giovani, che passa necessariamente dalla garanzia di libertà per la ricerca scientifica e tecnologica, anzi da politiche di stimolo e sostegno per esse, puntando al ritorno nelle nostre università e laboratori di quei “cervelli” che o sono sempre stati all’estero oppure sono stati costretti ad abbandonare gli ambienti di ricerca in Italia.
