E’ doveroso premettere un ringraziamento al relatore Nicoletti per il lavoro svolto e alla presidente Bindi per la “paziente” gestione di un lungo dibattito, forse solo troppo lungo e soprattutto troppo intervallato, svolto dalla Commissione tutta, con apporti di grande qualità culturale e sensibilità politica. Hanno torto solo gli assenti, soprattutto se diffondono alla stampa commenti su temi che non hanno minimamente contribuito a delibare.
Dico tutto questo perché non si fraintenda quella che sarà da parte mia una meditata e spero comprensibile presa di distanza dalle conclusioni generali del documento.
Giustamente qui non si voterà, ma nel “verbale” politico” dei nostri lavori la voce liberale non può che segnalare la sua diversità.
Sono dell’opinione del resto che il documento stesso sia si migliorabile in alcune parti, ma non sia consigliabile la ripartenza di un gioco di emendamenti che ci porterebbe a tempi oggettivamente troppo lunghi. Il pd non puó ulteriormente aspettare, a quattro anni dalla sua costituzione, un confronto su temi tanto essenziali e il corpo programmatico del partito non può continuare ad essere monco.
Ció che conta è che il documento, nell’insieme, sia chiaro e consenta le prese di posizione che distinguono i vari orientamenti; è anzi positivo, su temi tanto complessi, che vi sia una maggioranza che lo accetta e una minoranza che non lo condivide.
La mia è del resto, probabilmente, tra tutte, la posizione più scomoda, perché la mia estrazione liberale è notoriamente minoritaria nel grande gioco del confronto tra le diverse provenienze interne del Pd.
Lo sforzo di ciascuna di queste provenienze per trovare punti di convergenza con le altre – sforzo che è alla base della stessa ragion d’essere del partito – produce anche nella minoranza liberale (io sono stato qui indicato dai “liberal PD”) la volontà sincera di concorrere ad una positiva posizione comune.
È poi competenza di una valutazione complessiva individuale o di gruppo, strettamente politica,stabilire i confini di accettabilità delle decisioni assunte dal partito nel suo insieme.
La recente dichiarazione del segretario Bersani nel messaggio all’iniziativa del gay pride di Bologna, ci trova ad esempio del tutto concordi.
Anche in questo documento vi sono molte cose che condividiamo e vi è anche traccia di un contributo che ho cercato personalmente di offrire ai lavori, ad esempio nel paragrafo che sottolinea i diritti delle “differenze”, o nel richiamo, che inizialmente mancava, alle nuove sfida dei media social (mentre permane un’assenza sul tema internet, libertà e censura).
Ma al tempo stesso non posso non rimarcare alcune differenze tra la nostra visione e quella del documento, che hanno un valore sostanziale.
E’ sostanziale, ad esempio, anche la differenza di linguaggio.
L’insistente utilizzo della parola “persona” anziché “individuo” o “cittadino” come sceglierebbe di dire un liberale non è certo ragione in sè, di dissenso irriducibile.
Comprendiamo benissimo che il termine sottolinea con efficacia il valore “sociale” della presenza umana nella collettività. Ma a noi vien da dire più spontaneamente individuo, o – all’interno di d’un dibattito politico – “cittadino”. Nel documento usare ben 35 volte la parola persona e solo una volta quella cittadino, è indice di un atteggiamento e di una scelta culturale diversa e segnalo questo come esempio di disagio.Sociali
Un altro esempio,sempre relativo alla scelta di linguaggio.
Si parla insistentemente nel documento di legalità e nessuno ovviamente ha obiezioni sull’importanza centrale della legalità quando si tratta di diritti. Ma noi diremmo semplicemente “rispetto delle regole”, perché l’uso concreto,nel documento, del termine, fa chiaramente intravedere un utilizzo per così “dirigistico” della legalità, come strumento conformistico di controllo sociale, che è distorsivo.
Lo stesso ruolo della magistratura è indicato come se la magistratura fosse un potere (quello di mettere in riga la società) anziché, come prevede la costituzione, essere un “ordine” al servizio, esso si, della legalità.
E qui non è solo problema di linguaggio ma di sostanza.
La Costituzione è molto evocata, anche se poi si pretende di auspicare un “bilanciamento” (parola molto usata) tra vari articoli, che francamente non corrisponde al dichiarato intento di rispettarla nella sua peraltro chiara enunciazione letterale. Ma al tempo stesso si ricorre molto alla Costituzione (o alla sentenze della Corte o alle direttive europee) per farsene scudo quando si tratta di sciogliere qualche nodo spinoso.
Che bisogno c’è di aprire dei virgolettati su sentenze o direttive per dire che siamo d’accordo su quanto ivi stabilito?
Il compito di un partito è quello di avere posizioni “sue”, su certi temi come quelli dei diritti della coppia non congiunta in matrimonio, o degli omosessuali o della determinazione del proprio diritto alla vita o alla morte.
E’ un tantino ipocrita aver bisogno di farselo dire da una sentenza o da una direttiva, e quelle virgolette mal si conciliano con il tono complessivo di un documento solenne come quello che abbiamo scritto.
E poi, per un liberale, sono difficili da accettare alcune assenze di principi importanti; non che si dica il contrario, ma l’assenza è una scelta, magari inconsapevole ma culturalmente anch’essa indicativa di un approccio diverso.
Mi riferisco non solo ad un limite del documento, quando non trae le conclusioni che dovrebbero discendere da affermazioni di principio anche importanti. Dove è scritto che la giusta affermazione della tutela dell’espressione anticipata della propria volontà, deve poi essere rispettata da terzi? Che si fa, in concreto, per garantire i diritti delle coppie di fatto, anche dello stesso sesso? Che si fa, sempre in concreto, se accade che un intero reparto ospedaliero è obiettore rispetto alle indicazioni della legge 194? Ci si rifà solo ad accordi di tipo sindacale, o è in gioco un reale principio applicativo di libertà sostanziale?
Ma, dicevo, non ci sono solo queste omissioni.
Perché non si parla mai, con la fiducia e l’apertura che sono necessari quando si tratta di diritti, dell’impegno dello Stato per favorire la libera determinazione degli individui, il loro senso critico? In materia di scuola ma anche di televisione e di accesso ai media, ci starebbe più che bene.
E che dire sulla libertà della scienza, che dovrà certo non essere subordinata al mercato, ma deve essere in grado di esprimere tutto il suo potenziale, esso si davvero progressista?
Distinguere tra ricerca in sè, per me sempre da promuovere, e finalizzazione della medesima apre la porta a limitazioni che potrebbero essere pericolose.
Le regole debbono sovrintendere l’utilizzo concreto delle nuove potenzialità insiste nel progresso scientifico, ma il progresso in quanto tale deve essere favorito e incentivato senza esitazioni. È nell’interesse concreto dell’uomo, del malato, del giovane in cerca di occupazione, dell’imprenditore, del ricercatore.
E faccio fatica ad accettare comunque la distinzione tra “naturale” ed ”artificiale”, perché a me semplicemente pare che tutto ciò che l’uomo riesce a costruire sia comunque frutto dell’utilizzo appunto della natura delle cose. Non credo, da politico, nè ai miracoli nè alle estrapolazioni.
Non voglio farla lunga e certamente non voglio neppure sottovalutare il fatto che nel suo insieme il documento segna comunque un progresso rispetto alle evasività, alle contraddizioni, alle arretratezze di un dibattito interno che in questi anni – su queste materie – ha troppo battuto il passo.
Nella mia visione di partecipe di questo partito mi rendo conto che c’è anche un bicchiere mezzo pieno, ben ricordando sempre che alla fine, la politica non è accademia, ma compromesso, se possibile alto, ma compromesso.
Ma alcune reticenze dovremo probabilmente superarle presto, accorgendoci che era meglio definirle senza paura già ora, perché la cultura dei giovani, le esigenze della realtà vera saranno – sono già – più forti delle resistenze di una generazione politica che ancora affonda nel secolo scorso.
Fanno altrimenti sorridere alcuni aggettivi utilizzati per descrivere fenomeni che soprattutto a sinistra dovrebbero essere semplicemente salutati come il frutto del progresso.
Perché definire “inaudita” la crescita della soggettività femminile? “Esponenziale” la moltiplicazione dei piani di vita individuali? Sono espressioni quasi fanciullesche di stupore, come se la storia non avesse in sè una forza rivoluzionaria. Lo diceva Croce, ma lo diceva anche Marx.
Infine, è difficile – nella lettura organica del documento – non sfuggire alla sensazione che la concezione dello Stato nei suoi rapporti con i cittadini, e tanto più delle “persone”, vi sia come il pregiudizio di un ruolo direttivo in qualche modo incombente.
Si parte quasi sempre dallo Stato e molto più raramente dal singolo, e quando quest’ultimo esprime la sua soggettività quasi ci si limita a prenderne atto, trattenendosi dall’indicare le iniziative politiche di sviluppo programmatico di queste stesse istanze.
Il Pd ha comunque il merito di una riflessione vera, seria, tormentata, nella grande stagnazione culturale del Paese, indotta da una destra che ha rinunciato a pensare, e ha tradito il singolo scegliendo non il popolo ma il populismo.
Un lavoro come questo, pur imperfetto e insufficiente, è politico.
Perché guai a pensare che in tempi di crisi e di disastro economico è futile parlare del diritto alla diversità o occuparsi delle minoranze e del loro diritto alla felicita.
La civiltà è un tutto unico, che si tiene solo se è rispettosa dell’integritá dell’uomo.
Di Beppe Facchetti



































