Seminario di Amelia intervento di Valerio Zanone
Amelia 2009
Quanto più si prolunga nel tempo la nostra giornata, altrettanto si accorcia la scadenza delle questioni di cui dobbiamo discutere: perché il tema di questa nostra discussione, che credo sia l’ultima concerne la prima nel tempo delle scadenze che decideranno del futuro del PD.
Non c’è dubbio che dall’esito del voto del 6 e 7 giugno dipenderà la prosecuzione di questa difficile e complessa esperienza, che è la sintesi dei democratici italiani sulla base di un comune progetto riformista.
Ora la mia opinione è che, nelle elezioni che si avvicinano, si debba custodire e testimoniare il senso della alternativa; e che l’alternativa debba essere riferita e commisurata al carattere specifico della posta che è in gioco.
In altri termini penso che la prima manifestazione concreta con cui il PD deve manifestarsi come forza alternativa all’attuale maggioranza politica italiana, sia quello di evitare l’errore che in quasi tutte le campagne per il Parlamento Europeo è stato commesso, anche se puntualmente era stato sempre in partenza fortemente scongiurato: quello di fraintendere e ridurre il voto Europeo, ad una specie di simulazione, di sondaggio sulle scelte della politica interna. Questa è già una alternativa, che si potrà manifestare anche nel codice deontologico che potremmo preparare,allestire e proporre ai nostri candidati.
Ad esempio, se il partito delle libertà presenterà alle elezioni Europee l’intera compagine di governo, ossia una serie di candidature che partono dal ferreo intendimento di non mettere mai piede nel Parlamento Europeo; noi dovremmo chiedere ai nostri candidati, di assumere l’impegno di mantenere il mandato Parlamentare Europeo per l’intero corso della legislatura, cosa che in passato non è avvenuta.
Se la campagna del partito delle libertà sarà come si può facilmente prevedere, una specie di messa cantata per la celebrazione delle glorie berlusconiane, noi non dovremmo rincorrere, magari al contrario, quell’omelia, ma richiamare l’attenzione dell’elettorato italiano sulla urgenza e sulla assoluta necessità che il voto Europeo serva a riattivare quel processo di costruzione dell’unione politica che è bloccato e ormai non da mesi, ma da anni è in condizione di stallo e quindi rende anche la prospettiva Europea una prospettiva che non offre più una soluzione realistica ai nostri problemi. Si può ripetere, al proposito dell’Europa un logoro detto: l’Europa non serve più a risolvere i nostri problemi, perché l’Europa è diventato anch’essa un problema.
Allora sulla posta specifica che è in gioco, penso che l’associazione dei Liberal del PD dovrebbe proprio offrire un suo concreto apporto al PD. Mettere a punto una serie di proposte mirate e saggiare su questo l’intendimento del PD e quindi anche l’accento liberale che noi, credo legittimamente, desideriamo si ritrovi nelle espressioni del partito.
Il convegno di Amelia, da questo punto di vista, mi sembra una cosa utile assai, perché ha dimostrato con tutta evidenza che si ritrovano nell’associazione dei Liberal del PD, le risorse umane di competenza, di professionalità, di esperienza e di buona volontà politica che servono a mettere a punto un programma efficace.
Stamani avevo anticipato una questione che voglio brevemente riprendere, le piattaforme dei partiti Europei. Le tre principali piattaforme, quella popolare quella socialista e quella Liberale, sono manifesti che parlano molto dei fini e niente dei mezzi. Tant’è che le loro finalità sono anche difficilmente contestabili. Tutti auspicano uno sviluppo sostenibile, un miglioramento della condizione ambientale, una efficacia di misure coordinate per contrastare con manovre anticicliche la recessione, e così via. Però ciò che è, quasi assente, almeno fino adesso, è l’indicazione dei mezzi cui il nuovo Parlamento Europeo deve provvedere nel percorso della legislatura. I mezzi sono anche di carattere istituzionale. Mi aggancio a quello che ha detto, nel suo intervento qui, oggi pomeriggio, Enrico Morando. Morando ha fatto osservazioni che mi sembrano ineccepibili. Il mercato globale, richiede regole globali, se si vuole evitare che produca squilibri dannosi. Ora il mercato globale c’è e le regole globali non ci sono o quelle che ci sono, sono insufficienti allo scopo che dovrebbero salvaguardare. Credo che Morando abbia usato un’espressione efficace, quando ha definito tutto ciò l’esigenza di un nuovo internazionalismo democratico. Una delle questioni che bloccano la costruzione europea è il progressivo raffreddamento dei rapporti fra le istituzioni europee e i loro cittadini; e la prima cosa che si deve fare per riattivare i processi di costruzione Europea è ravvicinare i cittadini alle istituzioni d’Europa.
Io mi occupo attualmente del Movimento Europeo, in cui ho avuto due anni fa l’onore di succedere al precedente presidente Giorgio Napolitano; e con i pochi mezzi che vi sono abbiamo attivato una campagna nelle scuole, fra i nuovi elettori. I ragazzi dell’ultimo anno degli istituti superiore, che fra due mesi voteranno per la prima volta. La campagna è imparziale, oggettiva, non diciamo come si deve votare, diciamo solo a cosa serve il voto. Spieghiamo i meccanismi dell’Unione, la sua storia, le grandi politiche da cui si può determinare la nuova prospettiva per la nuova generazione. Lo Statuto di questa nuova cittadinanza, che la nuova generazione conoscerà come esperienza vera, mentre la nostra generazione l’ha solo sognata.
C’è anche un problema affiorato nel dibattito di oggi pomeriggio che riguarda i mezzi economici, cioè il bilancio dell’Unione; è un bilancio insufficiente a esercitare davvero le politiche che dovrebbero essere attribuite.
Partendo dalla premessa ferrea di non aggravare la pressione fiscale complessiva, bisogna pensare ad un’evoluzione di risorse che possano ragionevolmente fronteggiare le nuove politiche che si intende attribuire al funzionamento dell’Unione.
Quello che noi potremmo fare, come Liberal del PD, è incominciare a sollecitare il nostro medesimo partito ad essere su questo più esplicito e anche, se vogliamo, a riprendere un nome che è totalmente scomparso da tutte le cronache: si chiama il Federalismo. Nella piattaforma dei socialisti, dei popolari e dei Liberali, la parola Europa Federale, non esiste affatto. Siamo allora degli utopisti che pensano agli Stati uniti d’Europa in una situazione così difficile, come quella in cui l’unione si trova? Non credo. Ma questa non è una ragione sufficiente, perché del federalismo non se ne parli più. Perché l’idea dell’Europa federale è un traguardo. Se uno cancella il proprio traguardo, finisce per non sapere più bene dove vuole andare. Ci vuole un obiettivo lontano se vogliamo dare un senso e una proporzione al processo che si deve attivare.
Cerchiamo di indicare quelli che potrebbero essere i punti essenziali di un’agenda europea, per la prossima legislatura. Alcuni sono già emersi con chiarezza dalle precedenti discussioni della nostra giornata. C’è l’esigenza di un piano energetico comune, che soprattutto punti alla sicurezza ed alla diversificazione delle fonti. C’è la necessità di connettere la politica energetica alla politica ambientale, per il controllo del cambiamento climatico, rivendicando alll’unione la leadership mondiale sulla materia. C’è la questione che abbiamo ascoltato poco fa in varie forme, quella di pensare ad una autorità per la vigilanza sul credito al livello europeo, affiancata forse alla banca centrale, cioè la necessità di attivare l’idea delle reti infrastrutturali trasnazionali, ferroviarie, stradali, energetiche e forse anche ambientali e di finanziare questi grandi investimenti che avrebbero un’importante funzione anticiclica, con l’emissione di unionbonds. Giovanni Magnifico ha scritto recentemente mi pare sul giornale Europa, un articolo molto interessante in cui, credo sulla falsariga di quanto fu fatto perla CECApropone la formazione di un’alta autorità che riceva i mezzi per avviare i grandi programmi di investimenti infrastrutturali e per raccogliere poi sul mercato i fondi per sostenerli. C’è la questione della cooperazione perla PESC, per le relazioni internazionali e la difesa comune. Purtroppo il funesto esito del referendum irlandese, fu finanziato da fonti di origine irlandese, ma con connessioni americane; il che la dice lunga sull’atteggiamento dell’amministrazione americana precedente, nei confronti dell’unione europea, che noi speriamo si sia adesso modificato.
Si è bloccata la ratifica anche di quella versione ridotta del primo trattato costituzionale, che era il trattato per la riforma, il trattato di Lisbona. È un gran peccato, perché se il trattato di Lisbona fosse stato ratificato prima delle elezioni europee, com’era nei programmi, potremmo adesso attivarela PESC, la politica estera di difesa comune, attraverso una forma di cooperazione strutturata, che in assenza del trattato deve essere lasciata anche quella come un programma per il futuro. Ma io penso che se si guarda alle grandi aree di tensione e di conflitto che ci sono oggi nel mondo; se si considera che fra esse senza ombra di dubbio, quella più pericolosa e grave di incognite, è vicina di poche ore d’aereo da noi in Medio Oriente; e se si considera l’opportunità che l’Europa, non solo come si dice sempre parli con una voce sola, ma dopo aver parlato possibilmente con una voce sola e faccia anche qualcosa di utile, l’avviamento, quanto meno, della forza d’intervento rapida, che allo studio da decenni è stato riveduto più volte. Sarebbe una forte affermazione politica dell’unione europea; e sarebbe anche una fonte non insignificante di risparmio per i bilanci.
Per fare un’efficace politica di pronto intervento nel Medio Oriente, servono al massimo 200mila militari fortemente addestrati. L’Unione Europea ha oggi, credo due milioni e mezzo di militari nei vari eserciti nazionali. Ci sarebbero economie di scala significative accorpando certe funzioni ed eliminando diseconomie di carattere ripetitivo. Ora si tratta di mettere a punto i capisaldi di un manifesto per le elezioni europee, da discutere con gli organi competenti del partito affinché, nella presentazione del PD che si farà alle elezioni europee, ci siano quei tratti liberai che credo stiano a cuore a noi tutti.
Come fattore comune dei punti, che ho sommariamente detto, dimenticando fortunatamente per la strada parecchi, c’è quello però di carattere istituzionale. Bisogna che chi va nel Parlamento Europeo, assuma un impegno deciso a tagliare corto ed arrivare alla ratifica del trattato di Lisbona. L’Irlanda ha avuto tutti gli accomodamenti che desiderava per ritornare ad un referendum ed approvarlo. Non può essere un’altra volta il 53% degli Irlandesi, che al 53 % vota contro il trattato, a bloccare una decisione di quella portata.
Però, una volta ratificato finalmente il trattato di Lisbona, bisogna assumerlo non come un punto di arrivo, ma di partenza. Riattivare il processo ricostituente, fondamentale dal punto di vista anche della estensione dell’unione. Se un errore è stato commesso, un errore anche generoso commesso in questi anni, è stato quello di allargare troppo l’unione senza badare ad approfondirla. L’unione europea oggi è troppo sottile rispetto all’estensione che ha raggiunto ed agli effettivi connotati di cittadinanza che dà al suo mezzo miliardo di cittadini.
Questa è anche, secondo me, la questione risolutiva che va decisa prima di decidere sull’adesione della Turchia. Nella condizione attuale dell’Unione Europea, l’ingresso della Turchia è impossibile. Però, ci vorranno dieci anni, no? Vogliamo pensare che fra dieci anni l’Unione Europea sarà ancora quella di oggi?
Penso che il PD deve connotarsi, per le ragioni che ho cercato di dire, come il più europeista dei partiti Italiani; e ricercare nel nuovo Parlamento un accordo con le formazioni più Europeiste, che vi saranno, sicuramente, anche negli altri Paesi; e che questo sia un tratto che, non ha nulla a che vedere con le appartenenze di carattere passatista. Raccogliere le forze del parlamento europeo su un tratto più europeista, questo non è cosa che guarda nel passato, è cosa che guarda nel futuro. Allora, qual è la situazione? Vernetti fa parte dell’Internazionale Liberale, e con lui il nostro amico Andrea Marcucci, Enzo Bianco ha avuto la cortesia di ricordare come nella passata legislatura, io costituii. Enzo era uno dei primi, più autorevoli aderenti, alla Camera ed al Senato, il gruppo italiano dell’Internazionale Liberale.
L’internazionale Liberale ha come socio corrispondente nel Parlamento Europeo il partito dei liberali democratici e riformatori, che fu formato alla vigilia delle prime elezioni a suffragio diretto del Parlamento Europeo nel 1978. Si fece un congresso a Stoccarda, c’era Enzo Bianco, c’era Adolfo Battaglia, c’ero io, i repubblicani, i liberali.Nel primo direttivo, ricordo, c’eravamo per i liberali, Malagodi ed io, per i repubblicani, mi pare UgoLa Malfae Battaglia. Abbiamo la nostra storia, che non dobbiamo usare come un motivo di rivendicazione verso nessuno, ma che va in qualche modo rispettato. Perché i liberali, nel Parlamento Europeo, sono sempre stati il gruppo più nettamente europeista. Non è un caso che il Presidente attuale del gruppo liberale del parlamento europeo sia un inglese, il paese più freddo e severo nei confronti dell’unione politica, che ha però un parlamentare europeista, che è il presidente del gruppo liberale.
Non ho niente contro la tradizione socialista. Non credo che essa sia in questo momento, un luogo dove si celebrino in Europa particolarmente facili trionfi. Se guardiamo la situazione dei socialisti in Francia, essa è semplicemente disastrosa. Se guardiamo la situazione dei socialisti in Germania ugualmente. Se guardiamo quella dell’Labour in Inghilterra è non molto meglio. Quindi l’obiettivo del partito socialista, è un obiettivo molto rispettabile, per colore che condividono quella tradizione, ma non è un obiettivo che di per sè sia una forza invincibile.
Allora, credo che quello che il PD dovrebbe fare, è acquisire una forte posizione di avanguardia europeista e cercare nel parlamento europeo di gettare un ponte fra i socialisti ed i liberali. Perché c’è sempre un’antagonista. L’antagonista è il grande blocco conservatore che è la vera remora al processo dell’Unione politica, ed è da questo che bisogna costruire, come dicevo all’inizio, il senso di una alternativa.
La linea che mi parrebbe più utile a questo fine è quella di fare in Europa quello che si sta cercando di fare in Italia. Un gruppo democratico che si colleghi ad altri gruppi europeisti, che svolga una funzione di ponte tra socialisti e liberali, tenendo presente che per fare un ponte non si può stare tutti su un solo pilastro. Che ci sia qualcuno nei socialisti e qualcuno nei liberali. Mentre l’idea di stabilire in partenza che si farà una formazione, formalmente autonoma, che poi però si federa o si fonde con il gruppo socialista, permettetemi non è una soluzione, significa conferire al PD una identità che non gli appartiene. Conferire una identità unica ad un partito che è programmaticamente, un partito plurale. Penso noi dobbiamo discutere, decidere e chiedere a Franceschini domani di dirci magari una paroletta un po’ chiara, tanto per sapere come vanno le cose, perché la campagna elettorale comincia fra un mese. Ne parlo, voglio che questo sia molto chiaro, in condizioni di assoluto disinteresse personale.
Se si crede che una strategia unitaria dei riformisti sia possibile in Italia, non vedo perché dobbiamo pensare che non sia possibile anche in Europa.



































