LIBERALPD: DECRETO MONTI, NON PRENDIAMOCELA COL MEDICO.

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LIBERALPD: DECRETO MONTI, NON PRENDIAMOCELA COL MEDICO. - LiberalPD

 

 

 


 

Cari Amici,
giovedì 19 gennaio alle ore 16,00, presso la sede del Partito Democratico, in via S. Andrea delle Fratte, 16 - sala Conferenze - 3° piano, è convocato il Comitato Nazionale LiberalPD, con il seguente odg:

• approvazione del bilancio anni 2010 – 2011;
• approvazione documento per l'Assemblea Nazionale del PD;
• prossime iniziative;
• varie ed eventuali.


Considerata la delicatezza dell'attuale fase politica, conto sulla Tua presenza.


Un saluto

Enzo Bianco
 

 

 


I LIBERALPD CHIEDONO LE DIMISSIONI DI STEFANO FASSINA . 
  ''Le posizioni che Stefano Fassina ha assunto prima, durante e dopo la crisi del governo Berlusconi -si legge nella lettera dell'ufficio di presidenza dei Liberal -sono pienamente legittime in un partito in cui convivono sensibilita' e storie diverse. Quello che non e' comprensibile e' che esse siano espresse dal Responsabile Economico del PD, ed appaiano in netta dissonanza rispetto alle linee di responsabilita' e di rigore assunte giustamente dal Segretario Bersani''. 

  ''Criticare aspramente la linea di rigore e sviluppo assunta prima dalla Banca d'Italia e poi dalla BCE - insiste la lettera - bollare come liberiste posizioni 'liberal' come quella del senatore Ichino, prospettare soluzioni ispirate alle vecchie culture politiche del secolo passato, non e' compatibile con il dovere di rappresentare il complesso delle posizioni assunte dal PD''.

   ''I Liberal PD - conclude la lettera - chiedono a Stefano Fassina di fare un passo indietro, e di sostenere le sue idee liberamente, senza il vincolo della responsabilita' politica che gli e' stata affidata''. Il testo e' firmato da Enzo Bianco, Ludina Barzini, Andrea Marcucci e Luigi De Sena.

 
               
 



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I LiberalPD si stanno radicando sul Territorio in modo capillare.

Come sai la nostra Associazione è stata già da tempo formalmente riconosciuta dal Segretario del Partito Democratico.

Le iniziative nazionali che abbiamo organizzato in questi tre anni ( tra le altre, i seminari di Amelia e Valmontone) hanno riscosso un indiscusso successo.

Ti ringrazio per il sostegno e la fiducia che ci hai dimostrato finora.

Ne approfitto per ricordarti che la campagna di tesseramento LiberalPD è in corso. Se puoi, sarebbe utile che ci indicassi alcuni nominativi di amici che sono interessati a sottoscrivere l'adesione all'Associazione e a ricevere la tessera, o, in alternativa, l'indirizzo telematico o il recapito telefonico di amici interessati a ricevere le nostre informazioni.

Enzo Bianco



LiberalPD: Bersani, il PD e il Governo Monti

 

CRISI: BIANCO (PD), DOCUMENTO MONDO PRODUTTIVO PUNTO SVOLTA
 

''Il documento approvato nei giorni scorsi dai
rappresentanti del mondo produttivo puo' diventare un punto di
svolta per il nostro Paese''. Lo ha dichiarato Enzo Bianco ,
presidente dei Liberal Pd.
   ''E' una scelta di responsabilita' senza precedenti. Un grido
di allarme - prosegue Bianco - che non deve e non puo' essere
lasciato cadere dalle forze politiche e dal Parlamento. Di
fronte all'ennesimo attacco speculativo al nostro Paese, il
Senato ha discusso oggi di come allungare all'infinito i
processi''.
   ''Occorre - rileva l'esponente Pd - un mutamento radicale. E'
il momento di pensare seriamente ad un governo di coesione
nazionale guidato da una personalita' autorevole, esterna ai
partiti; che guidi con prestigio e rigore una fase
difficilissima della vita del Paese, fino alla conclusione della
legislatura. Che porti l'Italia al riparo dalle manovre
speculative, e faccia le riforme indispensabili (compresa una
buona legge elettorale). E realizzi quella svolta che il mondo
produttivo responsabilmente chiede''. ''Lasciare cadere questo
grido d'allarme - conclude Bianco - sarebbe irresponsabile''.
   Enzo Bianco aveva lanciato gia' in aprile la proposta di un
governo di coesione nazionale. Il nome proposto da Bianco era
quello di Mario Monti. La proposta Bianco e il nome di Mario
Monti si sono accreditati, fra esponenti del Pd, e di altri
partiti, per la guida di un governo ''tecnico - istituzionale''.



Circolo Liberal Pd a Biancavilla (CT)

Grande soddisfazione a Biancavilla per la nascita del circolo locale dei Liberal PD. Alla presenza del presidente nazionale, sen. Enzo Bianco, si è svolto l'incontro in un noto albergo cittadino, organizzato da Alessandro Salomone, sindacalista Cisl e dirigente regionale del Pd e Giuseppe Galletta, responsabile regionale Enti Locali per i Liberal PD e consigliere provinciale. Hanno portato il loro saluto il sindaco di Biancavilla Pippo Glorioso, l'assessore Antonio Benina e il consigliere comunale Placido Tirenni. Presente anche il coordinatore regionale dei Liberal PD, Mauro Mangano. Galletta ha ricordato "l'importanza dei Liberal PD, un progetto da sviluppare nel Paese e nei nostri territori, capace di attrarre energie nuove, positive, di chi si vuole scommettere". Salomone ha augurato buon lavoro al neo coordinatore del circolo Carmelo Privitera, giovane ingegnere biancavillese, coadiuvato da Alfredo Magra, ringraziando poi Galletta "per l'impegno politico profuso verso Biancavilla e verso tutta la provincia".
Ha concluso l'incontro Enzo Bianco, "felice di vedere tante facce serie, giovani e pulite", che ha ribadito come "bisogna sfruttare il vento del cambiamento che le recenti elezioni amministrative e i referendum hanno portato. E i Liberal PD sono in prima linea per consentire e concretizzare questo cambiamento".

 


PD: BIANCO , DA DIREZIONE ESCE LA PAROLA UNITA' =

      Roma, (Adnkronos) - ''Oggi dalla riunione del Partito
democratico e' uscita una sola parola: unita'''. E' il commento di
Enzo Bianco , presidente dei Liberal Pd, al termine della Direzione
nazionale. ''Dal segretario Bersani a Veltroni, D'Alema, Franceschini
e Rosy Bindi, tutti hanno dato prova di una volonta' forte di
coesione; la volonta' di far crescere il partito per guidare uniti il
nostro Paese'', spiega.

      ''Adesso il Partito democratico deve guadagnare quella
affidabilita' nei confronti dei cittadini che possa portare il
consenso ottenuto a queste amministrative ad affermarsi anche alle
elezioni politiche. E' - conclude Bianco - un'opportunita' e un
preciso dovere per il partito, che dovra' onorare il mandato degli
elettori facendo crescere, come sta avvenendo, una forza di governo
coesa e propositiva''.

      (Pol-Leb/Ct/Adnkronos)  







(ANSA) - ROMA,  - 'Rivolgo un invito alle forze riformatrici del Paese e al Pd a riflettere seriamente sul monito e sulle preoccupazioni espresse dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che corrispondono a un sentimento diffuso nell'opinione pubblica, anche fra coloro che sono assai delusi dall'operato del governo Berlusconi'. Lo dichiara in una nota Enzo Bianco, presidente dei Liberal Pd.
'Noi chiediamo che il Pd continui questa riflessione seria, evitando di inseguire di volta in volta posizioni tattiche o radicali, e assuma un'impronta che esprima una moderna visione di governo. Noi Liberal Pd daremo il nostro contributo affinche' il partito - conclude Bianco - possa esprimere un profilo insieme riformatore e affidabile'. (ANSA).

 

Diario politico, tra Stati Uniti ed Italia
Il 2 agosto è come una linea di confine. Oltre quella linea c’era un abisso in cui gli Stati Uniti sarebbero precipitati e avrebbero fatto precipitare l’economia del mondo se Obama non fosse riuscito entro quella data a mettere d’accordo il Congresso sul piano di riordino dei conti pubblici di Washington, schiacciati da un debito pubblico di immani proporzioni. Sappiamo bene che in mancanza di un’intesa, per la superpotenza americana sarebbe scattato il default. Ora, il pericolo è superato. La minaccia del default è stata scongiurata perché alla fine - proprio alla fine - le drammatiche trattative fra democratici e repubblicani sono approdate a un compromesso, che mette fine alle cupe incertezze che per settimane hanno tenuto in fibrillazione non solo l’America, ma anche le cancellerie e i mercati di ogni regione del mondo. Com’è facilmente comprensibile, la preoccupazione era così vasta e profonda per il fatto che le conseguenze di una bancarotta della superpotenza si sarebbero abbattute come un uragano sugli equilibri e la stabilità di un grande numero di Paesi e di istituzioni internazionali.
Cessato allarme, dunque. Quando si era giunti ormai a un passo dal limite estremo, il rischio del disastro è stato disinnescato: evviva. Ma anche se il peggio è passato, questa dura esperienza politico-economica sembra destinata a lasciare il segno. Tutto l’andamento del conflitto che ha scosso e diviso il potere e l’opinione pubblica americani fa pensare, infatti, che gli Stati Uniti, già debilitati dai fallimenti della presidenza Bush e dai successivi crolli dei santuari della finanza, non siano più in condizione di esercitare la leadership mondiale che detengono da oltre mezzo secolo. Anzi: che non ne siano più degni.
In effetti, l’appannamento del loro ruolo-guida era evidente già da tempo, ma adesso il processo di declino imperiale ha avuto un’accelerazione che rischia di renderlo irreversibile. Obama esce indebolito dal braccio di ferro che ha dovuto sostenere davanti a un Paese che è in sofferenza e davanti a un Congresso che è sospeso sul filo di un paralizzante equilibrio. Esce indebolito perché le concessioni che ha dovuto fare ai repubblicani, prima di cancellare la rovinosa prospettiva del default, hanno stravolto l’impianto strategico che, nella visione di un grande cambiamento, egli aveva proposto agli americani inducendoli nel 2008 a mandarlo alla Casa Bianca.
Di là dalle ripercussioni che potrà avere sull’immagine e sul futuro politico del presidente, quest’ultima ordalia di Washington suscita più di un interrogativo sulla stessa credibilità internazionale degli Stati Uniti. Dopo quanto è accaduto, infatti, diventa difficile conservare integra la fiducia in un sistema in cui la politica è così irresponsabile da sottomettere gli interessi nazionali e globali a spregiudicati calcoli elettorali. E’ evidente, infatti, che lo scontro sul debito pubblico, che ha tenuto tutti col fiato sospeso, è stato influenzato e condizionato da meschine manovre politiche proiettate verso le presidenziali del prossimo anno.
 E’ una storia torbida, questa, che rivela soprattutto le tendenze degenerative di una destra, che dopo avere avallato la dissennata strategia teocon fondata sull’idea di esportare la democrazia al prezzo di guerre sanguinose e costosissime, negli ultimi anni si è irrigidita in un atteggiamento di fondamentalismo ideologico così miope e rozzo da vedere in Obama un pericoloso socialista. I repubblicani americani, già screditati dall’inquietante fenomeno dei “Tea Party” e dalle attività di personaggi come la Palin, ora hanno ulteriormente macchiato la loro tradizione di forza moderata usando la maggioranza ottenuta in un ramo del Congresso, la Camera dei Rappresentanti, come strumento di un ricatto estremista.
La crisi di valori che mina la destra americana non è molto dissimile dalla analoga crisi della destra europea, anche se diverse ne sono le cause. Negli Stati Uniti, il fronte ultramoderato, che è via via cresciuto per effetto del sommovimento provocato proprio dall’avventurismo del sistema finanziario ed economico americano, è in guerra contro la pur necessaria politica di intervento anti-crisi dello Stato e contro ogni tentativo di ridurre l’area dei privilegi e delle disuguaglianze sociali. Anche in Europa, logicamente, la pesante situazione dell’economia e la finanza produce malessere e squilibri. Ma qui la fonte principale di certe patologie politiche è un’altra. Qui la destra è ossessionata dalla paura di affrontare la sfida multiculturalista che l’imponente e inarrestabile corrente delle migrazioni sta imponendo a tutte le aree sviluppate del pianeta e soprattutto al nostro Vecchio Continente. Insomma, l’Eurabia, immaginata e paventata da Oriana Fallaci, sembra essersi trasformata in un incubo, che può persino generare mostri, come quell’Anders Behring Breivik che ha piazzato gli ordigni del suo odio fanatico nel cuore di Oslo e che ha fatto strage di tante giovani vite nell’isola di Utoya, un paradiso della natura da lui trasformato in un inferno di morte.
Certo, la destra europea non può essere assolutamente accostata alla mistica delirante di un criminale come Breivik, anche se c’è stato qualcuno come il leghista.Borghezio che – voce dal sen fuggita- ha detto di comprendere,“al netto della violenza”, le ragioni che stavano dietro a quell’orribile gesto che ha sconvolto la pacifica, civilissima Norvegia. Borghezio si è poi dichiarato pentito del suo sproloquio. Ma Borghezio e le sue idee sono solo un minuscolo frammento della galassia della destra europea: una cellula malata che racchiude un sintomo del marasma politico e culturale di questo nostro disgraziato momento storico. Detto questo, però, non si può non rilevare con preoccupazione le situazioni di Paesi come l’Ungheria, l’Olanda, la Finlandia, la stessa Francia, dove le destre costruiscono le loro fortune elettorali fomentando la xenofobia e restringendo il corpo dei diritti civili in nome della sicurezza.
In questo panorama si colloca, con le sue peculiarità, anche il caso-Italia. In Italia assistiamo al disfacimento di una coalizione minata da profonde contraddizioni interne e lacerata da sorde lotte di potere. Emblematica la posizione del ministro Tremonti, che da deus ex machina del governo si è trasformano nel bersaglio di un implacabile “fuoco amico”.
Altrettanto significativo del degrado italiano, l’atteggiamento collegiale del governo. Un governo che, nel pieno di una crisi economica e nell’imperversare di un attacco della speculazione internazionale, non solo risponde con una manovra iniqua e antipopolare e non solo si astiene dall’adottare le misure e le riforme necessarie per promuovere la crescita, ma, appena rattoppata l’emergenza, si affretta a restituire priorità ai problemi personali del presidente del Consiglio Berlusconi, avviando il varo dell’ennesima legge fatta su misura per permettere all’inquilino di Palazzo Chigi di uscire indenne dai processi che lo attendono (stavolta il monstrum giuridico e politico è il cosiddetto “processo lungo”).
Insomma, il fallimento dell’azione di governo è davanti agli occhi di tutti: documentato dalla lunga e vergognosa sequenza di leggi ad personam e testimoniato dai risultati assolutamente negativi di una politica economica, che si connota per il suo immobilismo e che è votata all’esclusiva difesa dei conti pubblici, quindi sorda e insensibile ai bisogni pressanti delle famiglie, delle aziende, del corpo sociale nel suo complesso. Nessun dubbio è proponibile, nessuna giustificazione è accettabile. Dopo avere seminato per tre anni un ingannevole ottimismo e tante false rassicurazioni per il futuro, questo governo, all’improvviso, si è visto costretto a confessare il pericolo di un collasso. E se l’emergenza ha avuto la risposta rapida che la gravità della situazione richiedeva, si deve al senso di responsabilità dell’opposizione che, obbedendo alle sollecitazioni del presidente della Repubblica, ha favorito una manovra triennale che pure non condivideva (e non condivide) nei suoi contenuti e nei suoi orientamenti.
Ma tutto questo non basta a dare il quadro completo del panorama. Per avere un’idea precisa del rischio dello sfascio che incombe sul Paese, bisogna anche mettere nel conto il ruolo deleterio della Lega Nord. Messo in allarme dall’ultimo responso delle urne e soprattutto dalla sconfitta di Milano, Bossi, affiancato dai suoi fedelissimi, ha risfoderato la spada del suo spirito antinazionale, del suo disprezzo razzista verso il Sud, del suo perenne ricatto all’alleato di governo e infine della sua arroganza populista e antidemocratica, che lo spinge persino a oltraggiare l’autorità morale e istituzionale del Capo dello Stato, come si è visto nella vicenda tragicomica dei ministeri traslocati nel cuore della Brianza.
Per finire un’altra pennellata nera sulla realtà italiana: la corruzione, un male antico del nostro sistema che torna a dilagare dopo e nonostante l’amarissima lezione di Tangentopoli. A quasi vent’anni da Mani pulite, il marcio riaffiora. E investe le due maggiori formazioni politiche: PdL e PD. Ma attenzione: bisogna distinguere. Il centrosinistra e il centrodestra non reagiscono allo stesso modo al fenomeno e non sono contaminati in ugual misura dal virus del malaffare.
L’altro giorno, in un intervento al Senato, il capogruppo del PdL Gasparri ha rinfacciato alla controparte “il sistema Sesto San Giovanni”, come se questo fosse il maggiore e più rappresentativo scandalo della vita nazionale. Gasparri parlava di Penati, l’esponente del Pd che, accusato di tangenti, si è dimesso da tutte le cariche pubbliche, non dal partito. Ma, nell’enfatizzare questa bruttissima vicenda , l’ex colonnello AN ha dimenticato che nel suo territorio politico opera un battaglione di inquisiti e di condannati distribuiti in Parlamento,nel governo, nel partito; ha dimenticato la P3 e la P4; ha dimenticato la “struttura Delta” annidata nelle alte sfere Rai; ha dimenticato che, al contrario dei suoi avversari, il centrodestra difende a oltranza i suoi malnati e li mette fuori gioco solo quando la situazione precipita nell’indecenza. Questa è la destra italiana. Questa, purtroppo, è l’Italia.
                                                                                      Nino Milazzo
 

LIBERALPD: PROMUOVERE UNA VERA INIZIATIVA EUROPEA

Lettera di Bruno Montanari a Enzo Bianco

Complimenti per l'iniziativa di Amelia: fare politica tra persone intelligenti e dotate di conoscenze proprie. Un incontro che mi fa venir voglia di tornare a dialogare, discutere, ascoltare, fuori da massimalismi stereotipi e propagandistici (non è questa l’essenza del “moderatismo” secondo Valerio Zanone? Dove “moderatismo” non vuol dire grigiore intermedio e compromissorio, ma affezione alle proprie idee e rispetto di quelle altrui, per poi trovare soluzioni condivise).

Da due anni sto svolgendo il mio corso di lezioni sul “potere” e sono emersi molti argomenti che consentono ragionamenti proprio attorno ai temi dibattuti nel seminario: dalla rappresentanza politica in una democrazia di massa, alla trasformazione del potere economico in potere politico (ci sono alcune pagine di Weber che fotografano la situazione odierna), alle caratteristiche “psicologiche” dell’uomo di potere, scritte negli anni ’50 da due dei massimi sociologi statunitensi (Lasswell e Kaplan), alle tecniche di uso dei messaggi propagandistici. Ho qualche modesta idea sul fisco, sia sul piano della efficacia comunicativa, sia come strumento di politica sociale.

Oggi vi è una questione contingente che mi preoccupa: il destino dell’Università pubblica, il destino della cultura giuridica e di quella umanistica in generale. Gli economisti fondano analisi e terapie basandosi esclusivamente sugli indici statistici, ritenuti oggettivi. Ma gli indici devono essere interpretati come complementari ad altri, che, pur essendo “razional-discorsivi”, non per questo sono meno affidabili. Il successo della cultura statistica in un ambiente di “destra”, deriva dal fatto che questa “destra”, non avendo una qualsivoglia cultura, disprezza la cultura in generale identificandola con quella di “sinistra” se non addirittura “comunista”.

I numeri statistici rappresenterebbero, insomma, qualcosa che in qualche modo “si mangia” e soprattutto sono “neutrali”, ammesso che le statistiche siano davvero neutrali. La cultura scientifica ha bisogno di cultura umanistica per progredire come spirito umano; d’altra parte, gli antichi scienziati erano anche filosofi ed artisti! Questa intersezione tra campi della conoscenza ha sempre rappresentato il patrimonio della cultura italiana. Una considerazione del momento: se i nostri ricercatori hanno successo all’estero vuol dire che l’Università italiana, con le sue “scuole”, sa formare i giovani!!

La riforma Gelmini vuole distruggere l’università proprio nella possibilità di essere “scuola” di formazione, attraverso un sistema concorsuale affidato alla burocrazia ministeriale ed alla sorte e in più sotto l’ipoteca “accreditante” del pensiero “straniero”, come se quello italiano fosse inaffidabile per natura..

Vuole commissariare l’Università, in un’Italia dove la prima istituzione a dover essere commissariata sarebbe il Parlamento. L’Università pubblica è diventato il più immediato capro espiatorio (con la magistratura), essendo il luogo dove si fa la detestata cultura (pur con quelle “schifezze” che inquinano però l’intero tessuto della società italiana odierna) e quindi fa paura. Spiace che persone intelligenti si siano messe al servizio di questo disegno, che se va avanti, ora, con i decreti delegati di cui si ha qualche notizia, ci distruggerà.

E distruggerà intere generazioni di “giovani”. Una riforma era necessaria, ma non questa, anche se alcune linee per il reclutamento sono condivisibili; ma assolutamente non quelle riguardanti la struttura organizzativa interna degli Atenei e quella dei cda. Qui bisogna far qualcosa, prima che sia troppo tardi! E questo è un sentire diffuso
                   
Bruno Montanari