Diario politico, tra Stati Uniti ed Italia
Il 2 agosto è come una linea di confine. Oltre quella linea c’era un abisso in cui gli Stati Uniti sarebbero precipitati e avrebbero fatto precipitare l’economia del mondo se Obama non fosse riuscito entro quella data a mettere d’accordo il Congresso sul piano di riordino dei conti pubblici di Washington, schiacciati da un debito pubblico di immani proporzioni. Sappiamo bene che in mancanza di un’intesa, per la superpotenza americana sarebbe scattato il default. Ora, il pericolo è superato. La minaccia del default è stata scongiurata perché alla fine - proprio alla fine - le drammatiche trattative fra democratici e repubblicani sono approdate a un compromesso, che mette fine alle cupe incertezze che per settimane hanno tenuto in fibrillazione non solo l’America, ma anche le cancellerie e i mercati di ogni regione del mondo. Com’è facilmente comprensibile, la preoccupazione era così vasta e profonda per il fatto che le conseguenze di una bancarotta della superpotenza si sarebbero abbattute come un uragano sugli equilibri e la stabilità di un grande numero di Paesi e di istituzioni internazionali.
Cessato allarme, dunque. Quando si era giunti ormai a un passo dal limite estremo, il rischio del disastro è stato disinnescato: evviva. Ma anche se il peggio è passato, questa dura esperienza politico-economica sembra destinata a lasciare il segno. Tutto l’andamento del conflitto che ha scosso e diviso il potere e l’opinione pubblica americani fa pensare, infatti, che gli Stati Uniti, già debilitati dai fallimenti della presidenza Bush e dai successivi crolli dei santuari della finanza, non siano più in condizione di esercitare la leadership mondiale che detengono da oltre mezzo secolo. Anzi: che non ne siano più degni.
In effetti, l’appannamento del loro ruolo-guida era evidente già da tempo, ma adesso il processo di declino imperiale ha avuto un’accelerazione che rischia di renderlo irreversibile. Obama esce indebolito dal braccio di ferro che ha dovuto sostenere davanti a un Paese che è in sofferenza e davanti a un Congresso che è sospeso sul filo di un paralizzante equilibrio. Esce indebolito perché le concessioni che ha dovuto fare ai repubblicani, prima di cancellare la rovinosa prospettiva del default, hanno stravolto l’impianto strategico che, nella visione di un grande cambiamento, egli aveva proposto agli americani inducendoli nel 2008 a mandarlo alla Casa Bianca.
Di là dalle ripercussioni che potrà avere sull’immagine e sul futuro politico del presidente, quest’ultima ordalia di Washington suscita più di un interrogativo sulla stessa credibilità internazionale degli Stati Uniti. Dopo quanto è accaduto, infatti, diventa difficile conservare integra la fiducia in un sistema in cui la politica è così irresponsabile da sottomettere gli interessi nazionali e globali a spregiudicati calcoli elettorali. E’ evidente, infatti, che lo scontro sul debito pubblico, che ha tenuto tutti col fiato sospeso, è stato influenzato e condizionato da meschine manovre politiche proiettate verso le presidenziali del prossimo anno.
E’ una storia torbida, questa, che rivela soprattutto le tendenze degenerative di una destra, che dopo avere avallato la dissennata strategia teocon fondata sull’idea di esportare la democrazia al prezzo di guerre sanguinose e costosissime, negli ultimi anni si è irrigidita in un atteggiamento di fondamentalismo ideologico così miope e rozzo da vedere in Obama un pericoloso socialista. I repubblicani americani, già screditati dall’inquietante fenomeno dei “Tea Party” e dalle attività di personaggi come la Palin, ora hanno ulteriormente macchiato la loro tradizione di forza moderata usando la maggioranza ottenuta in un ramo del Congresso, la Camera dei Rappresentanti, come strumento di un ricatto estremista.
La crisi di valori che mina la destra americana non è molto dissimile dalla analoga crisi della destra europea, anche se diverse ne sono le cause. Negli Stati Uniti, il fronte ultramoderato, che è via via cresciuto per effetto del sommovimento provocato proprio dall’avventurismo del sistema finanziario ed economico americano, è in guerra contro la pur necessaria politica di intervento anti-crisi dello Stato e contro ogni tentativo di ridurre l’area dei privilegi e delle disuguaglianze sociali. Anche in Europa, logicamente, la pesante situazione dell’economia e la finanza produce malessere e squilibri. Ma qui la fonte principale di certe patologie politiche è un’altra. Qui la destra è ossessionata dalla paura di affrontare la sfida multiculturalista che l’imponente e inarrestabile corrente delle migrazioni sta imponendo a tutte le aree sviluppate del pianeta e soprattutto al nostro Vecchio Continente. Insomma, l’Eurabia, immaginata e paventata da Oriana Fallaci, sembra essersi trasformata in un incubo, che può persino generare mostri, come quell’Anders Behring Breivik che ha piazzato gli ordigni del suo odio fanatico nel cuore di Oslo e che ha fatto strage di tante giovani vite nell’isola di Utoya, un paradiso della natura da lui trasformato in un inferno di morte.
Certo, la destra europea non può essere assolutamente accostata alla mistica delirante di un criminale come Breivik, anche se c’è stato qualcuno come il leghista.Borghezio che – voce dal sen fuggita- ha detto di comprendere,“al netto della violenza”, le ragioni che stavano dietro a quell’orribile gesto che ha sconvolto la pacifica, civilissima Norvegia. Borghezio si è poi dichiarato pentito del suo sproloquio. Ma Borghezio e le sue idee sono solo un minuscolo frammento della galassia della destra europea: una cellula malata che racchiude un sintomo del marasma politico e culturale di questo nostro disgraziato momento storico. Detto questo, però, non si può non rilevare con preoccupazione le situazioni di Paesi come l’Ungheria, l’Olanda, la Finlandia, la stessa Francia, dove le destre costruiscono le loro fortune elettorali fomentando la xenofobia e restringendo il corpo dei diritti civili in nome della sicurezza.
In questo panorama si colloca, con le sue peculiarità, anche il caso-Italia. In Italia assistiamo al disfacimento di una coalizione minata da profonde contraddizioni interne e lacerata da sorde lotte di potere. Emblematica la posizione del ministro Tremonti, che da deus ex machina del governo si è trasformano nel bersaglio di un implacabile “fuoco amico”.
Altrettanto significativo del degrado italiano, l’atteggiamento collegiale del governo. Un governo che, nel pieno di una crisi economica e nell’imperversare di un attacco della speculazione internazionale, non solo risponde con una manovra iniqua e antipopolare e non solo si astiene dall’adottare le misure e le riforme necessarie per promuovere la crescita, ma, appena rattoppata l’emergenza, si affretta a restituire priorità ai problemi personali del presidente del Consiglio Berlusconi, avviando il varo dell’ennesima legge fatta su misura per permettere all’inquilino di Palazzo Chigi di uscire indenne dai processi che lo attendono (stavolta il monstrum giuridico e politico è il cosiddetto “processo lungo”).
Insomma, il fallimento dell’azione di governo è davanti agli occhi di tutti: documentato dalla lunga e vergognosa sequenza di leggi ad personam e testimoniato dai risultati assolutamente negativi di una politica economica, che si connota per il suo immobilismo e che è votata all’esclusiva difesa dei conti pubblici, quindi sorda e insensibile ai bisogni pressanti delle famiglie, delle aziende, del corpo sociale nel suo complesso. Nessun dubbio è proponibile, nessuna giustificazione è accettabile. Dopo avere seminato per tre anni un ingannevole ottimismo e tante false rassicurazioni per il futuro, questo governo, all’improvviso, si è visto costretto a confessare il pericolo di un collasso. E se l’emergenza ha avuto la risposta rapida che la gravità della situazione richiedeva, si deve al senso di responsabilità dell’opposizione che, obbedendo alle sollecitazioni del presidente della Repubblica, ha favorito una manovra triennale che pure non condivideva (e non condivide) nei suoi contenuti e nei suoi orientamenti.
Ma tutto questo non basta a dare il quadro completo del panorama. Per avere un’idea precisa del rischio dello sfascio che incombe sul Paese, bisogna anche mettere nel conto il ruolo deleterio della Lega Nord. Messo in allarme dall’ultimo responso delle urne e soprattutto dalla sconfitta di Milano, Bossi, affiancato dai suoi fedelissimi, ha risfoderato la spada del suo spirito antinazionale, del suo disprezzo razzista verso il Sud, del suo perenne ricatto all’alleato di governo e infine della sua arroganza populista e antidemocratica, che lo spinge persino a oltraggiare l’autorità morale e istituzionale del Capo dello Stato, come si è visto nella vicenda tragicomica dei ministeri traslocati nel cuore della Brianza.
Per finire un’altra pennellata nera sulla realtà italiana: la corruzione, un male antico del nostro sistema che torna a dilagare dopo e nonostante l’amarissima lezione di Tangentopoli. A quasi vent’anni da Mani pulite, il marcio riaffiora. E investe le due maggiori formazioni politiche: PdL e PD. Ma attenzione: bisogna distinguere. Il centrosinistra e il centrodestra non reagiscono allo stesso modo al fenomeno e non sono contaminati in ugual misura dal virus del malaffare.
L’altro giorno, in un intervento al Senato, il capogruppo del PdL Gasparri ha rinfacciato alla controparte “il sistema Sesto San Giovanni”, come se questo fosse il maggiore e più rappresentativo scandalo della vita nazionale. Gasparri parlava di Penati, l’esponente del Pd che, accusato di tangenti, si è dimesso da tutte le cariche pubbliche, non dal partito. Ma, nell’enfatizzare questa bruttissima vicenda , l’ex colonnello AN ha dimenticato che nel suo territorio politico opera un battaglione di inquisiti e di condannati distribuiti in Parlamento,nel governo, nel partito; ha dimenticato la P3 e la P4; ha dimenticato la “struttura Delta” annidata nelle alte sfere Rai; ha dimenticato che, al contrario dei suoi avversari, il centrodestra difende a oltranza i suoi malnati e li mette fuori gioco solo quando la situazione precipita nell’indecenza. Questa è la destra italiana. Questa, purtroppo, è l’Italia.
Nino Milazzo